Progetti di ricerca

Umano e divino nel pensiero dell'età imperiale

Ambito disciplinare Filosofia

Tipologia finanziamento Istituzionale

Ente Finanziatore ATENEO - Attività di Ricerca Istituzionali (EX 60%)

Data avvio: 30 September 2013

Data termine: 30 September 2016

Durata:

Abstract:

“[…] come un unico territorio ininterrotto ed un solo popolo, tutto obbedisce in silenzio” (ARISTID. Or. 14, 206).Secondo le parole con cui Elio Aristide esalta l'ordine e l'armonia di un'oikoumene retta da un governo universale e provvidenzialistico che elargisce pace e salvezza ai suoi sottoposti, l'impero romano abbraccia tra i suoi immensi confini un mondo ormai tanto indifferenziato e omogeneo che tutto obbedisce in silenzio, come se si trattasse di un unico territorio e di un solo popolo. Ma è proprio questo “silenzio” a gettare una luce ambigua ed inquietante sull'entusiastico elogio del retore, aprendo uno squarcio sulle tensioni e le contraddizioni che, sotto il volto di un'apparente serenità, caratterizzano in modo via via più marcato la temperie spirituale dell’età imperiale. Si tratta di un'epoca segnata da profondi cambiamenti politici e sociali in cui il singolo, abbandonato a se stesso, percepisce drammaticamente l'impossibilità di raggiungere la salvezza confidando unicamente nelle proprie capacità razionali. Sorge pertanto l'esigenza di rivolgersi a un divino trascendente, collocato oltre il logorante e angosciante divenire dell’esistenza storicamente connotata, modello a cui tendere attraverso un'askesis rigorosa e costante; un divino che, d'altra parte, possa andare incontro all'uomo, intervenire in suo favore sostenendolo e salvandolo da un mondo ostile. In epoca imperiale la diffusa ansia soteriologica è associata a un sorprendente intreccio di pratiche cultuali convenzionali e operatività magica occulta; la necessità di superare lo iato rispetto al sovrasensibile spinge l'uomo a forgiare la propria anima, a renderla degna di orientarsi verso il divino mediante rigorose prescrizioni morali e iniziazioni misteriche. In questo contesto la filosofia è costretta a ripensare se stessa, continuando e superando la rielaborazione della propria identità operata dal pensiero ellenistico. La proposta delle etiche ellenistiche, che sono etiche “negative”, si rivela del tutto insoddisfacente, perché frutto di un’interpretazione della realtà in chiave materialistico-immanentistica e della fiducia nell’autarcheia del saggio; l’uomo tardo-antico è, di contro, drammaticamente consapevole di non potersi salvare senza il ricorso al divino. Sono soprattutto il platonismo e lo stoicismo che si fanno carico del ripensamento della loro tradizione per rispondere alla nuova ansia di felicità, giungendo a elaborare soluzioni originali in una prospettiva di apertura e di curiosità intellettuale svincolata dall’ossequio ai dogmi di scuola. L’orizzonte entro cui convergono le diverse riletture è quello di un filosofare come “esercizio” che conduca all’assimilazione a Dio, all’homoiôsis theô, quale condizione di salvezza. In particolare nella riflessione del medio e neoplatonismo, la necessità di coniugare l'assoluta trascendenza del Principio divino con la sua azione a sostegno e conforto dell'uomo spinge a concepire il sovrasensibile come graduato e scalare, articolato in una successione di elementi mediatori, attraverso cui un dio agnôstos getta una scia luminosa sul mondo indicando la via da percorrere. In questo contesto l’annuncio cristiano si presenta come una radicale sovversione. In un quadro culturale in cui il riscatto della condizione umana passa attraverso l’assimilazione dell’uomo a dio, il messaggio neotestamentario scandalosamente ribalta la prospettiva e presenta l’assimilazione di Dio all’uomo, il farsi uomo di Dio: “E il Logos si fece carne (sarx) e venne ad abitare in mezzo a noi” (Jo. 1, 14). La novità di cui l’annuncio neotestamentario è portatore risulta però ben presto depotenziata a causa dell’inculturazione che di tale annuncio viene realizzata dal pensiero cristiano antico, il quale, in linea con quanto aveva già operato Filone di Alessandria in rapporto al Pentateuco, sceglie il platonismo come prospettiva filosofica privilegiata per mediare e trasmettere il nuovo messaggio di salvezza; per i pensatori cristiani è abbastanza naturale sentirsi in sintonia con la sensibilità del platonismo di età imperiale, fortemente connotato in senso metafisico e religioso, e cogliere nel "Timeo", dove Platone racconta la cosmogenesi, straordinari parallelismi con il "Genesi" biblico. La lettura in chiave platonica del messaggio cristiano, praticata dalla scuola alessandrina, trasforma la salvezza neotestamentaria in un percorso etico di assimilazione dell’uomo a Dio, eludendo lo scandalo di un annuncio di riscatto dell’uomo fondato sul farsi carne del Logos. La presente ricerca si propone di ricostruire il composito panorama filosofico e spirituale dell’età imperiale attraverso l’approfondimento della posizione di alcuni pensatori che risultano particolarmente significativi in ordine alla nuova consapevolezza di sé che la filosofia guadagna in quest’epoca: Seneca, nella cui riflessione lo stoicismo sembra aprirsi all’esigenza di un rapporto personale con il divino che rimane tuttavia problematicamente irrisolta; Plutarco, la cui testimonianza consente non solo di valutare l'evoluzione del platonismo prima della sintesi plotiniana, ma anche di indagare le molteplici manifestazioni della religiosità dell'epoca, da quella convenzionale e approvata alle forme di ritualità sotterranee e personali; Filone di Alessandria, che per primo opera l’inculturazione della rivelazione biblica nella filosofia greca, e la Patristica di linea alessandrina (che rielabora l'eredità filoniana) fino ai Padri Cappadoci, in cui il pensiero cristiano antico raggiunge la sua più matura elaborazione.